Nella grande piazza del paese, sul lato coperto dall’ombra della chiesa, aveva aperto fin dalle prime ore del mattino la Antica Locanda di ristorazione Miriam Venchi, una vecchia e malridotta locanda le cui vicende avevano attraversato la storia di Torbiano. Poche sedie di plastica bianca e sporca e qualche tavolino di alluminio opaco introducevano all’unica porta, un infisso color carne, in legno grezzo, preceduto da due scalini di pietra.
L’accesso al locale, decisamente essenziale, trasmetteva un feroce senso di vuoto e di abbandono. In realtà il minuscolo ingresso, dall’aria dimessa, nascondeva all’interno un mondo completamente diverso da quello che ci si sarebbe aspettato. Uno spazio pulito e geometrico, prevedibile e organizzato. Un luogo speciale, dominato in ogni angolo da una atmosfera di riservatezza. Dove il mondo esterno, con i suoi ritmi frenetici e la sua banalità, non doveva entrare. Gli uomini seduti ai tavoli della locanda parlavano raramente tra di loro. Poche discussioni sul tempo, sulla caccia o sulla campagna. Tutte le parole pronunciate in quel luogo erano sempre parole discrete, recitate a voce bassa, quasi con pudore. Perché le parole, a Torbiano, erano preziose come il tempo e in nessuna occasione potevano essere sprecate.
Quando ero ragazzo questi locali si riempivano durante l’ora di pranzo di camionisti di passaggio. Erano spesso individui maleducati, vestiti in modo approssimativo e volgari. Avevano antipatiche facce butterate, rovinate qualche volta dal vino e dagli anni. Li ricordo bestemmiare ad alta voce e parlare continuamente di donne, sempre in modo equivoco. Qualche volta mi fermavo nella locanda, nascosto dietro una tenda, per osservarli meglio e per tentare di scoprire quale segreto si nascondesse in quei corpi deformi. Quegli uomini, che rappresentavano il frutto malato di un mondo lontano e ancora sconosciuto, mi spaventavano e nello stesso tempo mi attraevano. Già allora sentivo forte il desiderio di andarmene per scoprire da dove provenissero quegli enormi automezzi rumorosi, carichi di merci e di messaggi misteriosi.
In questa locanda ho conosciuto Giada. Un amore ingenuo che per lungo tempo era rimasto solamente platonico, tutto di testa, ricambiato unicamente da rari e preziosi sorrisi. Mi soffermavo a osservarla, mentre si muoveva per le stanze, aggirandosi tra i tavoli apparecchiati per il pranzo, con le sue movenze aggraziate da piccola fanciulla divenuta presto donna. Mi piaceva tutto di lei. La voce nasale. Il modo con cui camminava, sporgendo il piccolo seno appuntito, ben modellato. Quando mi guardava appena con i suoi occhi densi e subito fuggiva, facendomi arrossire per la vergogna.
Miriam Venchi, la madre di Giada, sembrava esserci nata in quel locale. Non ricordo di averla mai incontrata una sola volta in un luogo diverso. Conservo ancora dentro di me le parole che mi disse quando seppe che sarei andato via.
«Io invece rimarrò per sempre in questo stupido locale. E tutte le volte che quella porta si aprirà, sognerò di incontrare l’uomo che cambierà la mia vita, portandomi via con lui.»
Mi affacciai oltre la piccola tenda plastificata che introduceva alla zona bar. Miriam, invecchiata, era ancora al suo posto, dietro al solito bancone. Quando mi vide entrare, sembrò in un primo momento non riconoscermi. Mi osservò per alcuni istanti incerta, prima di riuscire a capire che cosa stesse accadendo. Poi si lasciò andare a una esclamazione.
«Non puoi essere davvero tu!»
Le sorrisi amabilmente. Ci abbracciammo a lungo, noi sopravvissuti ad anni e anni di una esistenza banale, stringendoci fino a farci male, sinceramente commossi.
«Non avrei mai immaginato di poterti rivedere.»
Le accarezzai i capelli snervati, ormai completamente bianchi, parlandole a bassa voce, emozionato.
«Ci tenevo a tornare ancora una volta a Torbiano, prima che l’abitazione dei nonni fosse abbattuta.»
Miriam, ascoltando le mie parole, cambiò immediatamente il suo atteggiamento. Il sorriso aperto con cui mi aveva accolto si trasformò subito in una smorfia di disapprovazione.
«Hai fatto una sciocchezza. Non avresti mai dovuto vendere la tua casa.»
Non risposi. Mi limitai a cercare con gli occhi le tracce della presenza di Giada. Miriam se ne accorse
“Non è ancora arrivata. Come ogni mattina ha lasciato a me il compito di aprire il locale “.
Poi sembrò avere un attimo di esitazione, prima di continuare
“Giada è sempre più assente. Questo lavoro non la interessa più.”
Dopo quelle parole sembrò ricordare un particolare. Continuò allegra.
“ Ma forse incontrarti le farà bene “
Miriam conosceva perfettamente il modo burrascoso in cui era terminata la nostra relazione. Per questo motivo le sue parole mi sembrarono semplici frasi di circostanza. Ero praticamente certo che Giada non avrebbe mai approvato il mio ritorno.
“ Del resto in questo posto non ci sono più le stesse persone. I vecchi sono ormai tutti morti e i giovani si fermano appena per un caffè. Non ricordo di averli sentiti una sola volta discorrere su qualcosa che non fosse il calcio “.
Mentre la ascoltavo stavo ancora una volta arrendendomi ai ricordi. Li avevo tutti davanti a me, gli uomini e le donne di cui parlava Miriam. Erano amici, semplici conoscenti, qualche volta nemici. Ma formavano tutti insieme un mondo, quel mondo pulito, lineare, semplice di cui anche io avevo fatto parte. In quei giorni lontani mi sentivo bene, sicuro, in pace con me stesso. Si respirava tra quelle mura un odore penetrante, caldo e rassicurante di umanità e di vino buono. Sapevo che fuori dal nostro paese, nel cuore di quel mondo sconosciuto di cui sentivamo qualche volta parlare, accadevano di continuo cose importanti. Mio nonno, nel frattempo, insieme con i suoi amici, stava appartato in una locanda intento a discorrere del suo lavoro, del tempo inclemente e del prezzo troppo alto del riso. Solo oggi, che quel piccolo pezzo di mondo è ormai scomparso, ho finalmente capito che la mia vita ha ancora un disperato bisogno di tutti quei discorsi traboccanti di umanità e di pezzi banali di storia. Oggi che nel locale non si serve più vino ma birra e alcolici. Oggi che dal vicino campo da gioco non viene più il rumore secco delle bocciate. Miriam sembrò quasi leggere nei miei pensieri
“ Vorrei dimenticarmi del mondo. Ascoltare sempre e solo il rumore dei bicchieri nel lavabo o lo stantuffo della mia macchina del caffè “ si fermò accompagnando le sue parole con un lungo sospiro “ purtroppo capisco di essere ormai diventata vecchia.”
Improvvisamente la porta si aprì. Contornata dal bagliore della luce che si rifletteva dalla piazza fin dentro il locale, comparve la figura di Giada. Era rimasta la stessa donna di allora. L’identico sorriso accennato e un poco beffardo disegnato sul volto spazioso. Il colore acceso della pelle. I capelli lunghi e castani. Solo gli occhi non erano più gli stessi. Erano due occhi spenti, fissi, senza un futuro.
“ È davvero lui. È tornato !”
Miriam mi indicò allegra, con un gesto deciso della mano. Giada riconoscendomi rimase invece impassibile, una maschera di indifferenza. Ci salutammo porgendoci la mano, lontani come due estranei. Non sapevo cosa fare per uscire dall’imbarazzo in cui mi trovavo.
“ Avevo ancora qualche giorno di ferie . Sono tornato perché volevo rivedere la mia casa ancora una volta. “ sospirai per dare più forza alle parole, ripetendo gli stessi concetti già spiegati a Miriam“ chi ha comprato la casa ha scelto di abbatterla “
Giada ascoltando le mie parole, si mosse nervosamente. Per una qualche ragione sconosciuta quella affermazione la aveva messa a disagio. Mi osservò a lungo, sprezzante.
“ Ho comprato io la casa. Io ho deciso di farla abbattere “
Miriam si lascò andare a una esclamazione di stupore, dimostrando di non essere a conoscenza di quell’incredibile retroscena. Stava guardando stupita Giada come se vedesse per la prima volta quella figlia che aveva cresciuto da sola, contro tutti e contro tutto. Il suo volto esprimeva nello stesso momento stupore, rabbia e delusione. Ma evitò di commentare quelle parole rabbiose. Si sforzò invece di sorridere
“ Vi lascio da soli. Sono sicura che dopo tutti questi anni avrete molte cose da raccontarvi “
Avevo trattato la vendita con un mediatore immobiliare che aveva sempre affermato di voler acquistare la casa dei nonni in nome e per conto di un cliente desideroso di rimanere sconosciuto. Riuscii con enorme fatica a mettere insieme una qualsiasi frase per pretendere una spiegazione.
“ Perché hai voluto farmi questo ? “
La domanda era forse quella che Giada attendeva da molti anni, da quando una notte ero scomparso, abbandonando il paese, senza una spiegazione.
“ Perché la tua casa è rimasta l’ultima immagine che ricorda la nostra storia. Ora potrò finalmente cancellarla, insieme a te, dalla mia vita“
Non mi ero mai reso conto, fino in fondo, di quanto fosse stato coinvolgente per Giada quel nostro rapporto ingenuo, da ragazzi. Giada lo aveva vissuto intensamente, idealizzato, trasformato in un qualcosa di importante. Io invece come sempre non avevo saputo afferrare nulla di quella intensa emozione. Giada ad un tratto abbandonò la sua maschera di ostilità, costruita ad arte. Si mostrò improvvisamente coinvolta, al punto tale che una lacrima iniziò a scendere sul suo volto mentre un lieve cenno di rossore si affacciava timidamente sulle guance.
“ Ora che sei tornato, come sempre, hai rovinato ogni cosa.”
Fuggì via, verso il retro del locale, vergognandosi per la sua debolezza. Miriam che aveva assistito da lontano alla nostra conversazione, intuì facilmente quanto era accaduto e si affrettò a raggiungermi
“ Non sapevo e non avrei mai immaginato “ il suo imbarazzo sembrava sincero “ Giada non è stata bene in questi mesi e ancora oggi non si è ripresa. Non devi giudicarla per quello che hai visto oggi ma per quello che non hai potuto vedere in tutti questi anni. Per tutte le volte che ti ha ricordato, parlando con me. Per come ti ha sempre difeso contro tutti“
La fermai con un gesto della mano
“ No, ha ragione lei. Ora capisco finalmente perché non avrei mai dovuto tornare “
Miriam mi afferrò un braccio. Sentii le sue mani affusolate e ancora forti stringermi con decisione.
“ Quello che dici non è vero. Qui hai tutti i tuoi ricordi. Qui sei nato e qui hai vissuto con i tuoi cari. Sono sicura che hai fatto bene a ritornare “
Cercò con lo sguardo Giada, nascosta nella stanza attigua
“ Le passerà se tu la aiuterai “
Quasi mi spinse da lei, indicandomi la direzione. Giada era seduta in una stanza vuota, da sola. Piangeva ancora, la testa reclinata, stretta tra le mani. Alzò il viso per osservarmi e lessi nei suoi occhi una profonda disperazione.
“Lo so, ti ho ferito nel momento stesso in cui sono tornato. Ma sono stato costretto a farlo, mi devi credere “
Giada mi guardò in modo complicato, riproponendo per la prima volta da quando era apparsa sulla porta della locanda, la sua esile figura di donna indifesa.
“Non ho mai smesso di desiderarti “
Fu una scoperta inaspettata. Giada aveva già perdonato e attendeva da me un qualsiasi segnale per riprendersi la propria vita. Ero confuso, incerto, debole di fronte alla sua incredibile forza d’animo. Trovai il coraggio di abbracciarla, sperando di non rovinare con quel mio gesto il momento di intensa emozione che stavamo vivendo. Sentii il suo corpo abbandonarsi tra le mie braccia.
“ Angela ti ha tradito. Io ti sono sempre stata fedele, in tutti questi anni. Ci sono molte cose che tu devi sapere ma prima di ogni altra cosa devi capire che io ti voglio ancora bene. “
Il richiamo improvviso a Angela, mi trovò impreparato. Angela era stata mia moglie. Una moglie inquieta e irrispettosa del suo ruolo, che aveva sempre avuto un modo tutto suo di starmi vicino. Non aveva mai voluto che il nostro rapporto diventasse abitudine e che si svuotasse di quei continui richiami emotivi che ci avevano prima fatto incontrare e poi innamorare.
Ricordo ancora bene cosa accadde la sera che aveva preceduto la sua improvvisa fuga. Da alcune ore scendeva su Torino una neve fitta e pesante, che aveva ricoperto e resa irriconoscibile tutta la città. La neve aveva finalmente smesso di cadere quando ormai era notte. Da un minuscolo squarcio nelle nubi era comparsa una luna piena e insolitamente luminosa. Una sfera di luce così intensa che pareva di poterla afferrare, del tutto simile a quella che si poteva scorgere a Torbiano, nelle notti di inverno. La stessa luce calda e avvolgente che riusciva a illuminare la pianura attorno al paese, mettendo in rilievo ognuna delle forme che la notte invece si affannava a nascondere. Angela nonostante il freddo pungente era in piedi sul nostro balcone. Stava osservando il cielo e la luna. Sentendomi arrivare non spostò gli occhi da quel disco bianco e luminoso
“ Questa notte ho preso una decisione “
La guardai stupito, chiedendomi che cosa intendesse dire
“ Voglio scoprire la parte nascosta della luna “ indicò il globo luminoso davanti a lei “ voglio imparare a conoscere quella parte della mia anima che non ho ancora conosciuto ma che esiste, ne sono certa, nascosta dentro me”
Poi abbandonato il tono allegro, quasi sfrontato, con cui aveva pronunciato le ultime parole, si fece improvvisamente triste.
“ Scusami, ma non mi diverto più.”
Il mattino successivo, senza una spiegazione, Angela scomparve definitivamente dalla mia vita senza una parola di addio o uno scritto che spiegasse la sua decisione.
Le ultime parole pronunciate da Giada mi avevano fatto stare male. Come se per la prima volta avessi iniziato a provare sulla mia pelle il bruciore lacerante di una ferita che avevo sempre portato dentro, ma che ero sempre riuscito a ignorare.
“ Qui dopo tanto tempo mi sono sentito nuovamente un uomo” stavo cercando di convincerla che non la avevo mai dimenticata “è bastato rivederti per capire che non sono mai stato solo ma che ho sempre portato dentro il tuo ricordo “
Giada si allontanò immediatamente da me, attraversata da una improvvisa vena di malinconia
“ Ma questo pensiero non ti impedirà di andartene, ancora una volta “
La interruppi immediatamente
“ Questa volta è diverso. Sono tornato per restare”
Giada mi guardò in modo strano. Lessi nei suoi occhi prima gioia e subito dopo diffidenza
“ Perché dovresti rimanere? Noi non siamo più le persone che ricordi. Io stessa sono cambiata “
Faticai a non lasciarmi andare.
“ Non posso spiegarti “ risposi “ non adesso. Ma devi credermi. Non me ne andrò “
Giada si chiuse in se stessa, gli occhi bassi e la bocca serrata in una smorfia nervosa. Più volte sembrò sul punto di parlarmi.
“ Vieni con me “
Mi prese la mano, stringendola con forza. La seguii senza opporre alcuna resistenza. Insieme ci dirigemmo al piano superiore della casa, dove erano stati costruiti gli alloggi un tempo appartenuti ai dipendenti della locanda.
“ Facciamolo qui. Adesso “
Giada quasi urlò quella specie di comando. Sembrava stranamente determinata, come non la avevo mai vista prima. Poi senza aspettare una mia risposta si diresse alla porta e la chiuse a chiave. Meccanicamente mi avvicinai a lei e la baciai sulla bocca. Vidi che stava ancora piangendo. Ero emozionato, confuso, indifeso e ancora incapace di comprendere il dono che Giada mi stava offrendo in quel momento, mentre con il suo corpo mi proponeva un conforto sconosciuto. Era un segnale di pace interiore, rassicurante, la voglia di ripartire da quell’atto di amore. Questo era il momento che avevo sempre sognato. Con il suo gesto d’amore Giada mi stava accompagnando in un nuovo mondo, completamente diverso e assolutamente lontano da quello che avevo conosciuto durante la mia vita precedente.
Rimanemmo insieme a lungo, stretti l’uno all’altra, prendendoci a tratti quasi con violenza, mai sazi. Ci scambiavamo, senza riserve, tutti i nostri sentimenti, come un atto rigenerante , sfidando il tempo e il nostro destino. Rimanemmo almeno due ore nella piccola stanza, isolati dal mondo. Un tempo interminabile durante il quale facemmo l’amore in ogni posizione possibile e non ci parlammo neppure per un attimo. Quando già stavamo rivestendoci, Giada mi abbracciò ancora una volta
“ Nessun sentimento, neppure l’amore senza confini che io ho sempre provato nei tuoi confronti può essere vero senza aver posseduto un corpo da amare” parlava a bassa voce, stringendomi forte a se “ oggi sei finalmente diventato mio. Fai parte di me. Sei un pezzo della mia vita che io voglio proteggere” Non sapevo come rispondere. Per la prima volta, dopo tanto tempo, mi sentivo davvero felice, finalmente in pace con me stesso.
“ Da quando sono invecchiato, ogni giorno mi sveglio con addosso una sensazione di angoscia che non mi lascia più , durante tutta la giornata . Mi sembra di essere alla deriva, verso la conclusione di una storia. Oggi invece mi pare di essere all’inizio di una nuova avventura, in tua compagnia. “
Giada sorrise. Sembrava orgogliosa per quanto aveva appena ascoltato. Eppure, capivo che stava cercando di nascondermi qualche pensiero che la disturbava. La sua affermazione schietta, decisa , a suo modo affettuosa, me lo confermò subito dopo
“ A volte le storie anziché iniziarle, è importante chiuderle bene e con coraggio “
Quelle parole mi fecero capire che stavo per essere introdotto dentro a un mondo nuovo, che non conoscevo. Era il mondo un poco maledetto e un poco spietato di un piccolo paese di nome Torbiano. Un luogo del tutto speciale, posto ai confini del mondo, dimenticato dal tempo, fatto della stessa sostanza di cui anche io ero composto. La tristezza infinita che emanava da vecchie case abbandonate, tormentate da crepe che parevano rughe profonde. L’immobilità assoluta della pianura che circondava il paese e lo imprigionava. Un silenzio assoluto che da sempre ricopriva uomini e cose. Un cupo sentimento di mistero che rendeva questo paese una entità indefinita, un luogo diverso da ogni altro luogo. Purtroppo, Torbiano, esattamente come me, con il passare degli anni era diventato un guscio vuoto che nascondeva al suo interno storie fatte di rimpianti e di sentimenti confusi, ma anche, come ebbi modo di scoprire nei giorni successivi, costruite su verità terribili e inconfessabili, difficili da sopportare per qualsiasi uomo.
