La maledizione di Torbiano durante la processione di Natale

Ritornai in paese poco dopo. La piazza a quell’ora era completamente deserta. Guardandomi attorno mi accorsi però di una lunga fila di piccoli puntini luminosi che si stava avvicinando lentamente da una via laterale. Si trattava della parte iniziale di una modestissima fila di persone, un gruppetto insignificante di uomini e donne, che si muovevano a tempo, guidati in quel movimento dalla voce afona di un anziano sacerdote che camminava alla testa del corteo. La minuscola fila attraversò caracollando la piazza nella sua lunghezza e si diresse, passando accanto alla struttura della chiesa, verso i portici della via maestra.
La farmacia, la locanda e un negozio di verdure, nonostante l’ora tarda e il freddo, erano rimasti tutti aperti, con le serrande alzate e i proprietari sulle soglie. Le donne incolonnate stringevano saldamente tra le mani una lunga candela, la cui fiamma, un barlume irrequieto in movimento nella notte, era circondata e resa viva da una corona di carta oleosa colorata. La testa del corteo era già giunta in prossimità della piccola cappella di San Rocco, accompagnata dalla voce del prete officiante, deformata e a tratti resa irriconoscibile dalle molte stonature di un vecchio e malandato ripetitore vocale. La voce diffondeva ossessivamente, con un suono metallico innaturale, una litania sempre uguale di antiche preghiere. Le donne, coinvolte da quel rituale, rispondevano tutte insieme, alzando contemporaneamente verso il cielo le candele tenute tra le mani. La fila passò lentamente davanti al luogo in cui mi trovavo. Mi resi conto che molti dei partecipanti erano molto anziani. Si muovevano a fatica, trascinando i piedi con un fruscio, seguendo la linea immaginaria tracciata da quelli che li precedevano. La voce del prete intanto continuava a scandire i tempi, monotona, ripetitiva, senza alcun tipo di trasporto. Così come non provocavano alcuna emozione le molte fiammelle tremule, rivolte verso il cielo, che si muovevano a tempo dentro al buio della notte. Avevo spesso partecipato da bambino a quel rito natalizio. Tutte le immagini, con la prospettiva di allora, sembravano ingigantite. La fila dei fedeli era una linea interminabile. La voce del prete sembrava possente e piena di fiducia. La nonna una presenza rassicurante, quasi eterna. E quelle invocazioni parevano arrivare davvero fino al cielo. Mentre osservavo l’incedere faticoso della fila di uomini e donne e ascoltavo le loro preghiere, provavo solamente una grande delusione. Ero furioso con me stesso per avere scoperto troppo tardi che quel Dio che un prete continuava a invocare usando parole e gesti rituali, non poteva nascondersi dentro al cuore e nella testa degli uomini.
L’unico vero Dio, il nostro Dio, era invece sempre esistito nella campagna senza confini in cui ci trovavamo, nella luna enorme che ci stava sovrastando, nel silenzio totale di quella notte ed infine nelle parole scontate e senza speranza di due uomini piccoli e banali che lottavano con tutte le loro forze per non arrendersi al tempo.
Mentre osservavo la coda della processione allontanarsi lo sguardo si posò sulle serrande abbassate della locanda bar che si affacciava sulla piazza e subito mi tornò alla mente una veloce immagine della mia giovinezza. Era il volto dolce e bellissimo di Giada e del suo piccolo e curato locale. Il mio ritorno a Torbiano non avrebbe avuto alcun senso se non fossi riuscito a rivederla. Giada era stata la mia prima ingenua avventura. Il sentimento più prezioso appartenuto a un breve ma intenso periodo della mia esistenza. Col passare del tempo quella ingenua complicità tra due adolescenti ingenui e un po’ confusi era poi cresciuta trasformandosi in qualcosa di molto più estremo. Sembrava a un certo punto essere diventata un amore vero, destinato a sopravvivere alle rovine del tempo. Poi un giorno, quasi senza accorgermene, quasi per caso, mi ero ritrovato tra le braccia di Angela. Giada da quel momento era rimasta sempre sola, senza un uomo accanto, forse per continuare a rinfacciarmi i nostri sogni più ingenui che io avevo spezzato con un solo gesto. Oppure per ricordarmi tutte le promesse non mantenute di un amore eterno. Capivo che, probabilmente, trascorsa in sua compagnia, la mia vita sarebbe stata diversa. Avrebbe trovato quella serenità che non avevo mai incontrato. Ma era ormai troppo tardi per lasciarsi aggredire dai molti, troppi rimpianti che stavo provando.
Potevo correre subito da lei. Chiedere di perdonarmi. Tentare di sorriderle e di prenderla per mano. Ma come sarei riuscito, dopo tanti anni, a giustificare il silenzio vigliacco della mia antica scelta? Un solo pensiero, tra tutti, mi spingeva ad osare. Contravvenendo ai miei propositi iniziali, dopo l’incontro con Nives, avevo deciso di fermarmi ancora per qualche giorno a Torbiano. Non potevo dunque fingere ancora di ignorare il suo ricordo. Giada era un devastante rimpianto che non potevo più sopportare. Era perciò venuto il momento di comprendere una volta per tutte che cosa quella ragazza, oggi divenuta donna, avesse davvero rappresentato per me.

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