Già durante la mia prima sera trascorsa a Torbiano, ebbi modo di riscoprire sensazioni e umori che avevo dimenticato e che ritenevo non potessero più esistere. Ero circondato da un silenzio assoluto, quasi irreale tanto che neppure le solite voci notturne della campagna riuscivano a disturbare quella atmosfera così ovattata e ricca di richiami magici. Improvvisamente un suono fastidioso, ripetitivo, diverso da tutti gli altri si incuneò in quella quiete. Era un rumore di passi. Qualcuno stava percorrendo la strada che conduceva alla mia casa. Non riuscivo a capire come potesse essere accaduta una cosa simile. Ero giunto in paese solamente da poche ore eppure già durante quel poco tempo qualcuno tra gli abitanti di Torbiano era stato informato del mio arrivo. Incuriosito corsi in cortile, perché volevo scoprire immediatamente chi fosse mai il misterioso visitatore che si stava avvicinando. Intanto, da qualche parte nella notte, stava giungendo una voce calda, impostata, da cantante americano.
Jingle bells, Jingle bells…
Le note riempivano tutto lo spazio attorno, lo rimodellavano con la loro allegria innaturale.
All the way, Oh what fun it is to ride…
La voce dell’interprete insieme con le suggestioni prodotte da quella canzone natalizia, sembravano fatte apposta per obbligarmi a fare un balzo indietro nel tempo, quando il Natale era ancora una festa piacevole da trascorrere in compagnia delle persone che mi erano state care. Tutte immagini che obbligavano a ricordare. Io da bambino, i miei occhi ingenui che scrutavano il cielo nella notte di Natale cercando un segnale. Io adolescente, fermo ad aspettare dopo la messa, la festa del paese e la distribuzione del panettone e del vino caldo. Ancora bambino, disteso sul tavolo della cucina, insieme ai nonni, circondato dai regali ricevuti. Quella canzone forse esisteva per farmi capire che il mio mondo era ormai cambiato. Oggi ero solo, oppresso da tutti i miei ricordi, tormentato da un metodico ritornello, sempre uguale, ossessivo.
Il tocco nitido dei passi giunse infine fino alla cancellata in ferro battuto.
Jingle bells, Jingle bells. All the way. Oh what fun it is to ride…
Fermo di fronte all’ingresso, bloccato in una forma statuaria, le gambe aperte e le braccia incrociate sul petto, apparve nella penombra un uomo dal fisico imponente. Dopo pochi attimi mi resi conto di chi avevo di fronte. Era Nives, l’amico di sempre. Un nome e un volto che avevo rimosso da tempo dai miei pensieri. Nives si spostò proprio sotto l’unica luce del cortile. L’immagine era quella di un uomo invecchiato troppo in fretta, rinchiuso in se stesso, dominato da segnali di sconfitta. Il volto era percorso da una tristezza devastante e gli occhi sembravano ancor più stremati, vuoti e assenti.
Jingle bells, Jingle bells…
Ma in fondo Nives, con la sua figura slanciata, con il suo sorriso appena abbozzato e le mani grandi e nodose da contadino, era ancora e sempre lui. Il frutto adulto di quel bambino perennemente agitato, un po’ scanzonato, con un carattere qualche volta arrogante, con cui ero cresciuto, anno dopo anno. Un ragazzo che per darsi un tono parlava con me di donne mai esistite e di sesso. Con cui qualche volta ci eravamo anche picchiati. Il compagno di giochi con cui avrei voluto prima percorrere e poi cambiare il mondo. Ma nonostante i molti ricordi piacevoli, vedendo il suo sguardo sospettoso, mi rendevo conto che Nives era in quel momento soprattutto l’individuo a cui un giorno di tanti anni fa avevo rubato la donna che sarebbe poi diventata mia moglie.
Ci eravamo lasciati male. Nonostante la mia crescente difficoltà a ricordare, ho ancora perfettamente scolpiti nella mente tutti i suoi insulti mentre, insieme a Angela, mi allontanavo dalla casa. Quasi scappavo, attraversando la interminabile passeggiata di platani che costeggiava la strada principale. Mi aveva detto che avrei dovuto pagare per quella scelta e che lui non mi avrebbe mai perdonato.
«Sei un lurido bastardo. Tu porti via Angela ed io invece mi sono sempre fidato di te.»
La sua voce era una fiumana di rabbia e di rammarico
«Ti odierò sempre.»
Urlò che Angela era ancora la sua donna e che la sua vendetta prima o poi sarebbe arrivata.
«Ti verrò a cercare e pagherai per tutto.»
Angela era sempre rimasta vicino a me mentre ci allontanavamo. Piangeva in silenzio e non aveva neppure il coraggio di guardarmi.
«Qualcuno ti ha visto arrivare. Le voci corrono in fretta in questo paese.»
Esordì con quel modo brusco, mentre il solito ritornello in inglese precedeva e seguiva le sue parole
… all the way . Oh what fun it is to ride…
La sua voce lapidaria non lasciava intuire alcun tipo di emozione.
«Ti faccio i miei auguri per il Natale.»
Per toglierci dall’imbarazzo, dopo le solite frasi di circostanza, lo invitai ad entrare. Una volta accomodati in cucina, cercai di ravvivare la conversazione, iniziando ad accennare alle ragioni che mi avevano spinto a ritornare a Torbiano.
«Dopo tutti questi anni vissuti in città, ho sentito il bisogno di tornare.»
Non era vero. Ero tornato in paese per cercare di rintracciare Angela ed anche perché mi sentivo personalmente colpevole per avere abbandonato troppo presto al suo destino la casa dei nonni. Nives ascoltandomi non cambiò mai espressione, mantenendo sempre un atteggiamento di indifferenza. Mentre stavo parlando, cercai inutilmente nei suoi occhi, sempre più spenti e inespressivi, un qualsiasi segnale di complicità. Per tutto il tempo continuò a restare impassibile.
«In realtà sto molto male. Tornare nel luogo in cui ho vissuto per tanti anni e dove sono stato un ragazzo, probabilmente mi aiuterà.»
Stavo parlando del solito senso di vuoto che avevo dentro da quando ero rimasto solo, uno stato d’animo da cui non ero mai più riuscito a liberarmi. Ma non potevo permettermi di rovinare un momento così intenso e pieno di emozioni con le mie paure più banali.
«Come è andata la tua vita ?»
La sua voce mi fermò
«È andata come doveva andare.»
Mi guardò, svelando solo per un attimo, nei suoi occhi rigati da filamenti rosso sangue, una vena di odio, un sentimento che mi sarei aspettato di trovare in lui fin dall’inizio. Ma che subito scomparve, appena dopo essersi materializzato sul suo volto, nascosto dentro la solita espressione indecifrabile.
«Sono felice che tu sia tornato.»
«Anche io.»
Entrambi sapevamo che non era vero. Avevamo sulla pelle gli anni trascorsi cercando faticosamente di vivere. Io lontano dal paese, in città, in compagnia di Angela, illudendomi di avere conquistato grazie a lei e con lei, la mia libertà. Impegnato a dare un qualsiasi senso a un lavoro che giorno dopo giorno uccideva la mia fantasia e la mia voglia di vivere. Lui schiacciato dalle solite abitudini. Dalla terra da coltivare, dalle messe domenicali e dai pomeriggi alla locanda. Legato ai genitori, che non aveva mai avuto il coraggio di abbandonare e che invece avevano abbandonato lui. Prima la madre, vittima di una ischemia improvvisa. Poi il padre, morto suicida poco dopo. Che significato aveva avuto la nostra vita per poi ritrovarci già vecchi, uno di fronte all’altro, in preda ai rimpianti?
«Mi piacerebbe incontrare ancora una volta tutti i nostri amici. Trascorrere con loro nella locanda di Giada pomeriggi interi giocando a carte.»
Nives si avvicinò con aria complice.
«Molti dei nostri vecchi compagni sono già morti.»
Fui assalito da un senso di vertigine. Eravamo sull’orlo di un burrone; stavamo scivolando. Ma trovammo entrambi la forza di recitare il ruolo di due vecchi amici che si scambiavano ricordi e che sembravano godere di quei momenti. Parlammo a lungo, seduti nella piccola cucina. Nives ad un certo punto pareva sereno ed aveva abbandonato quella vena di tristezza dimostrata fin dall’inizio del nostro incontro
«Vieni, facciamo due passi. Devo farti vedere una cosa.»
Mi chiese di seguirlo con un gesto della mano mentre già era uscito in cortile. Camminammo in silenzio. Lui ingobbito, intristito, misterioso. Io eccitato per sentirmi nuovamente parte di quella campagna in cui avevo vissuto la mia gioventù. In pochi minuti giungemmo a San Basilio, una modesta e vecchia chiesetta costruita in aperta campagna. Osservando il paese mi resi conto che il campanile, posto proprio al centro dell’abitato, era già stato addobbato con luci natalizie multicolori che a intermittenza ne illuminavano tutto il perimetro. Nives mi guardò con aria soddisfatta
«Tornare in questo posto trasmette sensazioni ogni volta nuove.»
Ritrovarmi in quel luogo mi fece provare ancor più intensamente l’incanto di quella magica serata.
«Quante volte, in estate, abbiamo portato le nostre ragazze in questo posto»
Non potevo dire nulla di più sbagliato. Avevo ancora negli occhi quelle immagini lontane e patinate, in bianco e nero, sopra le quali il tempo non sembrava essersi fermato, lasciandole quasi reali, quasi presenti. L’ombra della chiesa si stendeva fino a raggiungere un orizzonte che pareva in quel momento scomparire, stretto com’era dal contrasto tra i riflessi della luce lunare e il buio della notte. I rumori della natura circondavano i nostri passi, rincorrendosi tra le risate delle ragazze e i nostri richiami. Le voci nasali, da adolescenti, riempivano quello spazio e se ne impadronivano. Tutto sembrava vero e immutabile; addirittura eterno. Ma oggi faceva invece stare male.
La visione di un torrente ai bordi della strada, utilizzato da sempre come riserva per incanalare l’acqua da irrigazione destinata alle risaie, mi riportò alla realtà. Il gorgoglio dell’acqua, monocorde, pareva una voce ripetuta ossessivamente dentro una storia
«C’era chi diceva che durante la notte in questo posto si aggirassero dei fantasmi.»
Nives sorrise.
«Per questo ci portavo Angela, per impressionarla e fingere di proteggerla.»
A mia volta non riuscii a trattenere un sorriso. Eravamo bambini che giocavano a diventare uomini. Le nostre storie si potevano ancora ascoltare tra le note del ruscello oppure sussurrate sulle foglie degli alberi. Giungemmo al punto in cui il ruscello si univa con un altro corso d’acqua, formando una specie di grande croce. Le due correnti, scontrandosi, formavano vortici rumorosi. In quel punto di confluenza i fondali di entrambi i canali erano particolarmente profondi. Guardandomi attorno, mentre cercavo di entrare in sintonia con quella splendida natura, mi accorsi di come Nives sembrasse in quel momento una parte indispensabile del paesaggio. Una presenza che ne assorbiva ogni sensazione e che forse si nutriva delle sue più profonde vibrazioni. Io invece mi sentivo come sempre incapace di cogliere la magia di quella atmosfera così ricca di storie. Ad un tratto, senza una ragione precisa, mi ricordai di un particolare
«Se non sbaglio, in questo canale morì la piccola Carla.»
Nives nell’ascoltare le mie parole sembrò in un solo attimo farsi travolgere da una enorme malinconia. Si voltò verso di me quasi subito, dimostrandomi rancore, con le labbra strette in una smorfia di rabbia
«Ricordo tutto di quel giorno maledetto.»
Continuai a parlare, facendo finta di non aver ascoltato quelle sue parole, senza riuscire a capire perché quel ricordo così lontano pesasse ancora, in quel modo devastante, sul suo cuore.
«Nessuno è mai riuscito a capire che cosa fosse davvero accaduto il pomeriggio in cui la ragazza annegò.»
Nives con la sua mano tagliò l’aria, impedendomi di continuare. Si fece più vicino, fino quasi a sfiorarmi il volto.
»Io so esattamente cosa accadde in quella giornata perché ero presente» indicò prima il limite della strada e poi il canale che scorreva al nostro fianco «ero esattamente dove ci troviamo ora.»
Lo guardai pieno di stupore mentre ancora tentavo di comprendere che cosa volesse dirmi. La sua voce infinitamente triste, stanca e malinconica, mi colpì.
«La piccola Carla aveva insistito per andare a trovare il nonno , che stava lavorando in un campo , poco lontano da qui , oltre quella curva» indicò una deviazione della strada appena intuibile nell’ombra «lei correva seguendo il sentiero. Poi improvvisamente, per seguire una stupida rana che le aveva attraversato la strada e che si era tuffata nell’acqua, è scivolata dal bordo dentro il canale.»
Nives ora appariva visibilmente emozionato. Osservò a lungo il buio della notte in silenzio, incapace di continuare il suo racconto.
«Ma perché in tutti questi anni non hai mai detto nulla?»
Iniziavo solo adesso a intuire il disagio, la rabbia umana che aveva provato allora e che ancora lo tormentava. Nives sembrò sul punto di reagire alla mia provocazione e un lampo di rabbia passò improvviso attraverso il suo viso. Poi, solo un attimo dopo, tornò ancora una volta ad estraniarsi, immobile, sempre lontano da me, ormai perduto nei suoi ricordi. Infine, riuscì a trovare la forza per continuare. Parlò con una voce innaturale, che sembrava provenire da lontano. Una voce che non gli apparteneva.
«Mi sono affacciato sulla riva e l’ho vista. Si muoveva freneticamente, appena sotto il livello dell’acqua, ma più si agitava più precipitava verso il fondale.»
Il suo racconto aveva assunto sfumature innaturali, tonalità sconosciute.
«Non ho fatto nulla per aiutarla. L’ho semplicemente guardata morire senza provare a reagire, perché io ero paralizzato dalla paura.»
Pronunciò quelle ultime parole urlando, spandendo nell’aria la sua enorme disperazione. Guardava il canale, i pugni stretti lungo i fianchi, immobile, mentre un tremito convulso scuoteva tutto il corpo.
«Capisci, avevo paura!»
Ora la luna sulle nostre teste pesava come un macigno. La campagna sembrava improvvisamente essersi zittita. Quel mondo incantato voleva subito espellere dalla sua perfezione un ricordo di morte.
«Non è stata colpa tua» cercai di aiutarlo in qualche modo a superare quel momento «da questi gorghi non si può tornare indietro.»
Nel punto più vicino la forza della corrente era tale da essere praticamente inarrestabile. Se Nives si fosse buttato in acqua per cercare di salvare la ragazza, probabilmente anche lui sarebbe morto annegato.
«È un posto maledetto.»
Raccolsi un ramo appoggiato a terra e lo gettai nel ruscello. Il pezzo di legno immediatamente fu catturato da un vortice formatosi all’improvviso e scomparve dentro alla schiuma.
«Durante tutta la mia vita ho avuto davanti agli occhi quel volto. Per questo motivo non sono mai fuggito. Non avrei mai potuto. È stata la mia giusta punizione. Da quel momento ho messo insieme le mie ore una dopo l’altra, senza mai riempirle di vita.»
Il pensiero di avere sopportato una punizione lo fece per qualche oscura ragione stare meglio
«Ogni sera vengo in questo posto e getto un fiore nel ruscello. È il mio modo per ricordare.»
Così dicendo prese un piccolo fiore che conservava in una tasca e lo gettò nell’acqua. Rimase a lungo ad osservarlo, mentre sprofondava. Poi Nives tornò a essere padrone di sé.
«Ora finalmente hai un buon motivo per giudicarmi.»
Mi guardò ancora a lungo.
«Oltre che la ragazza a cui volevo bene, hai rubato anche i miei segreti.»
In un preciso momento il suo atteggiamento cambiò completamente. Nei suoi occhi comparve come dal nulla un messaggio sconosciuto. Ora mi stava fissando con odio, con due occhi cattivi, privi di difese, come se volesse trasmettermi il tormento che stava provando. Ma forse tentava solo di impedirmi di entrare nel mondo che si era costruito in tutti questi anni, per difendere ancora una volta il suo orgoglio ferito. Ad un tratto mi venne vicino minaccioso.
«Io sono qui a raccontare tutte queste cose proprio a te» afferrò il bavero del mio cappotto, stringendolo «tu che hai avuto la fortuna di vivere insieme a Angela.»
Non sapevo se reagire o invece cercare di farlo ragionare. Scelsi di affrontarlo.
«Lei ha scelto me.»
Continuò a stringere il bavero del cappotto, ancora più forte. I nostri visi erano ormai a pochi centimetri di distanza l’uno dall’altro
«Tu hai sempre preso tutto quello che mi apparteneva. Hai rubato anche la mia vita.»
Sentivo nelle narici il suo alito pesante, l’odore di sudore e di rabbia che traspariva da ogni centimetro del suo corpo. Spinto dal suo atteggiamento aggressivo provai a rispondere alle sue accuse.
«Io non ho mai fatto nulla per costringerla a seguirmi.»
«Angela non ti ha mai voluto bene» urlò con quanto fiato aveva in gola, mentre la sua voce si perdeva con una eco innaturale nelle pieghe della campagna deserta attorno a noi «lei voleva semplicemente fuggire da Torbiano.»
Comparve una sorta di ghigno su quel volto distrutto dalla rabbia
«Ti ha sempre e solo usato.»
Quelle parole ebbero stranamente l’effetto di tranquillizzarlo. Lasciò la presa sul cappotto e si allontanò di qualche passo da me. I suoi occhi ora sembravano parlare nuovamente a un amico. Continuò con una voce pacata, tornata rilassata.
«Ci sono molte cose di questo paese che non conosci» disse tutto di un fiato, come per liberarsi di un peso, e parlò nonostante il suo tono conciliante, in modo cattivo, senza nessuna comprensione «per questo motivo, non avresti mai dovuto tornare.»
Con uno scatto improvviso di nervi, voltò le spalle e tornò velocemente sui suoi passi. Fatti alcuni metri si fermò un’ultima volta. I suoi occhi gelidi, nuovamente pieni di odio, bucavano la notte.
«Ma non è lontano il giorno in cui anche tu capirai che in quelle case sono nascosti mille segreti.»
Indicò il profilo del paese, appena intuibile tra le ombre della notte.
«Tornare a Torbiano è stata una decisione stupida. Presto, molto presto, pagherai le conseguenzea di questa tua scelta.»
