#librando#La maledizione di Torbiano. Il giallo di Roberto Pareschi avvia la sua storia.

Devo essere passato di qui.
Sugli stipiti delle porte si vedono ancora le tacche con le mie diverse altezze che nonna Maria segnava con una matita. Le vedo proprio di fronte a me e mi commuovo. Fatico a bloccare le lacrime mentre entro nella cucina. La stufa smaltata è ancora al suo posto. Sopra il pianale vedo una pentola di rame coperta da un coperchio rovinato.

Ero stato io a distruggerne i bordi e la forma, improvvisandomi per gioco fabbro, convinto di poter fare un ottimo lavoro. Lo avevo mostrato orgoglioso a nonna Maria, che aveva sorriso. Ricordo ancora quel particolare. Mi sentivo importante per essere riuscito ad aiutare i nonni. Invece avevo semplicemente distrutto un ottimo coperchio. Quante cose sbagliate ho fatto da allora, convinto di avere realizzato una cosa importante? Quante volte gli altri hanno sorriso per non ferirmi? Mi sembrò in quel momento che molti dei miei problemi nascessero proprio da quel coperchio. Ho sempre cercato prima di ogni altra cosa l’approvazione degli altri. E non mi sono mai occupato di ciò che stavo facendo. Non sono mai riuscito a capire se i miei mille coperchi fossero davvero utili agli altri oppure solo a me stesso.

Avevo finalmente trovato il coraggio per ritornare a Torbiano ed ora ero certo di stare a poco a poco riappropriandomi del mio destino. Non di quella esistenza inutile e priva di storie in cui per troppi anni mi ero abituato a vivere, vegetando giorno dopo giorno nella illusione che prima o poi tutto sarebbe cambiato e che Angela sarebbe ricomparsa accanto a me. Stavo inventandomi una nuova storia da protagonista. Me lo confermavano tanti piccoli particolari. La ritrovata voglia di capire e capirmi. Il feroce desiderio di affrontare la realtà. Il sottile piacere di ritornare a pensare a me stesso. Erano segnali decisivi per la mia rinascita. Provavo anche una nuova fiducia verso il mondo. Per questa ragione, forse per la prima volta durante tutta quanta la mia esistenza, le anime degli altri essere umani non mi scivolavano più accanto impalpabili, senza lasciarmi neppure una emozione, ma invece riuscivo a bloccarle, farle mie e comprenderle.

Ero finalmente pronto a iniziare l’ultimo viaggio, quello più difficile e importante, alla ricerca dell’uomo che un tempo ero stato e che un giorno forse sarei tornato a essere.

Ma per riuscire nel mio intento dovevo ancora trovare il coraggio di confrontarmi con un nome importante e con tutte le emozioni che quel nome aveva sempre saputo evocare nel mio animo. Angela. Lei, che era stata per tanti anni la mia compagna di vita, un giorno di molti anni prima aveva improvvisamente deciso di abbandonarmi. Per quel gesto la avevo profondamente odiata. Poi avevo cercato inutilmente di dimenticarla. A un certo punto della mia vita ero perfino giunto a giustificarla. Ma mai prima di allora mi ero spinto a cercarla nel luogo stesso in cui tutto aveva avuto inizio. Torbiano. Il piccolo borgo in cui io e Angela eravamo nati e poi cresciuti. Un luogo del tutto insignificante, perduto in mezzo a una pianura senza confini, privo di una storia propria e probabilmente senza un qualsiasi futuro. Un paese diverso da ogni altro paese, popolato da individui indecifrabili, che avevano fatto della loro solitudine uno stile di vita. Un gruppo di uomini e donne aggrappati da sempre alle loro tradizioni, che non conoscevano e forse non avrebbero mai davvero conosciuto un modo diverso di esistere e che nulla chiedevano alla loro storia terrena se non di continuare a sopravvivere e lavorare sulla stessa terra su cui avevano vissuto i loro padri.

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