Pur avendo solo sfiorato la rivolta giovanile del ’68 ed aver vissuto la rivolta del ’77, pur avendo per tutta la vita affermato la assoluta libertà di pensiero di tutte le persone, pur avendo spesso rifiutato le consuetudini dei miei tempi nemmeno per un attimo mi è balenato in mente l’idea di non sposarmi in chiesa. E neppure di non sposarmi.
Tipica incoerenza dei giovani anni ’70, direte voi.
Anche. Ma le cose non sono così semplici. C’erano molti aspetti che condizionavano un giovane alle soglie del grande passo. In primo luogo i genitori che mai avrebbe compreso una cerimonia solo civile e per pochi intimi. Poi la solita abitudine di fare “ come tutti “. Infine un certo condizionamento religioso, ai miei tempi ancora ben presente, che ci imponeva di celebrare un momento così importante solo in chiesa.
Così anche io, come moltissimi miei coetanei, ho scelto di sposarmi accompagnato dall’Ave Maria di Schubert e dalle parole toccanti di un sacerdote conosciuto da poche settimane che parlava di “ legame divino “, di unione benedetta e di indissolubilità del vincolo.
Per non parlare del dopo.
Un pantagruelico pranzo che non iniziava e poi mai finiva in compagnia di tantissimi parenti mai vista in precedenza e che mai più avrei rivisto.
Il rituale urlato del “bacio” e l’orrenda abitudine del taglio della cravatta per raccogliere, per ogni pezzo di cravatta , un contributo per gli sposi.
Poi gli amici burloni che si inventavano scherzi.
Non mancava la mamma che piangeva a dirotto per la perdita dell’adorato figlio e il nonno che, ebbro di gioia, finiva per ubriacarsi mentre parlava del suo desiderio di diventare bisnonno.
Gli sposi, in mezzo a questo caotica rappresentazione, erano in fondo i meno partecipi dell’evento. Troppo stanchi e troppo sotto pressione per apprezzare la gioia di un giuramento eterno.
Troppo preoccupati di tornare a casa per fare le valigie per il giorno successivo quando sarebbe iniziato l’agognato viaggio di nozze. Il primo viaggio fuori dall’Italia. Il primo viaggio importante in aereo. Perché allora le vacanze si trascorrevano in Liguria, magari a Rimini o addirittura – ma era una esperienza ancora per pochi – in meridione.
Oggi ho due figli. Uno convive con la sua compagna. L’altro felicemente “single”. Li guardo e spesso mi chiedo chi ha ragione. Non lo so. Ma so per certo che ho torto io.
.
IL BOOMER ROBERTO PARESCHI RICORDA … IL MATRIMONIO IN CHIESA
