Ritratti Sportivi di Stefano Villa: MIGUEL INDURÁIN, IL CYBORG NAVARRO

La carriera del fortissimo ciclista spagnolo è la protagonista del Ritratto Sportivo di oggi. Un uomo che ha saputo cannibalizzare il ciclismo dei primi anni ’90.

Vincere un Tour de France comporta uno sforzo fisico e mentale straordinario, conquistare la Grand Boucle per cinque volte consecitive ti consente di avere un posto privilegiato nel Gotha del pedale: questa è la storia di Miguel Angel Induráin Larraya, uno dei più forti ciclisti di sempre.

Nato il 16 luglio 1964 a Villava, fin da bambino la bicicletta assume un ruolo fondamentale nella sua vita, una passione autentica che gli scorre nelle vene per questo mezzo e per il ciclismo.
Non ci sono dubbi: il suo futuro sarà in sella per scalare le salite più dure del mondo. A 14 anni è già nelle categorie giovanili, a 20 fa il suo debutto nel campionato Dilettanti spagnolo vincendo immediatamente e mettendo in mostra un fisico da corazziere al quale unisce una prodigiosa capacità di recupero (28 battiti al minuto, bradicardico). Un connubio quello che lega Induráin alla vittoria che non si interromperà mai.

Dal punto di vista tecnico lo spagnolo non ha punti deboli, ma quello che più stupisce fin dagli esordi tra i pro è l’indiscutibile forza mentale. Non sembra mai avere difficoltà e questo porta i suoi rivali a demoralizzarsi e, molto spesso, vedere la sua ruota posteriore.
Gli anni ’90 iniziano con il dominio incontrastato di Induráin che conquista cinque Tour de France tra il 1991 e il 1995, ai quali aggiunge due Giri d’Italia (1992 e 1993), una forza della natura inarrestabile.
Nel primo lustro degli anni ’90 non c’è un solo corridore che possa tenere il passo del fuoriclasse iberico.

Induráin non è riuscito a vincere solamente la Vuelta, la gara di casa, un piccolo neo per uno dei fuoriclasse delle due ruote a pedali che è stato fonte d’ispirazione per tanti giovani talenti, su tutti il connazionale Alberto Contador.
L’ultimo acuto di una carriera leggendaria è la medaglia d’oro nella cronometro, suo campo di battaglia prediletto, alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996. Il canto del cigno della carriera di Miguelón.

Il 2 gennaio 1997 arriva l’annuncio del suo ritiro, scarico fisicamente e mentalmente per poter mantenere gli standard d’eccellenza che hanno contraddistinto la sua vita nel mondo del ciclismo.
Un addio allo sport che ama che potrebbe sembrare prematuro visto che la carta d’identità sarebbe ancora verdissima, ma con estrema onestà intellettuale Induráin ha capito di non poter più essere il ciclista che è stato e quindi preferisce scendere dalla bici. Per l’ultima volta.



Nel 2002 arriva il meritato e inevitabile ingresso nella Hall of Fame UCI, una celebrazione inevitabile che sembra quasi stonare per un personaggio che ha sempre vissuto il suo successo con normalità e umiltà, senza mai essere al centro dell’attenzione per comportamenti sopra le righe.

Forse è questa la vera grandezza di Miguel Induráin.

Stefano Villa – reporter cooperator

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