#boomerlife#IL BOOMER ROBERTO PARESCHI RICORDA … LE NOSTRE PALESTRE

Si, lo ammetto, ci sono caduto anche io.
Ad un certo punto della mia vita sono stato in palestra. Dapprima ho convintamente frequentato palestre popolate da arzilli vecchietti in cerca di un sollievo ai loro problemi alla schiena o ai dolori diffusi muscolari.
Ma poi …
Poi mi sono iscritto a una palestra “moderna”, come si usa oggi, con attrezzi di ogni genere, musica americana in sottofondo, televisione e coach.
Il primo impatto , ricordo, fu addirittura devastante.
Mi guardavo intorno in cerca di un pari età o comunque di una persona ordinaria.
Invece ho scoperto un mondo nuovo, fatto di individui con muscoli esagerati, impegnati a spostare pneumatici di camion ( mi hanno spiegato che il CrossFit prevede questa e altre stranezze), estasiati davanti a uno specchio a osservare i propri muscoli.
Uomini e donne rigorosamente in divisa da palestra, con integratore al seguito, con scarpe di marca, canottiere sponsorizzate e sguardi truci da guerrieri.
E tatuaggi. Quanti tatuaggi !
Tatuaggi in ogni parte del corpo, anche in testa e sulle dita delle mani. Perfino sulla fronte.
Con la mia scogliosi cronica, l’andatura ciondolante e lo sguardo intimidito mi sentivo completamente fuori posto. Un illuso vecchietto che voleva essere giovane e forte in mezzo a un popolo di marziani.
Cosa ci facevo in quel luogo ?
Mentre ascoltavo il mio coach che mi illustrava esercizi con il nome rigorosamente in inglese pensavo alla mia gioventù.
Ma esistevano le palestre negli anni settanta ? Io non ricordo di averne mai vista una.
Si iniziava a vedere alcuni primitivi attrezzi per ginnastica. L’estensore, ad esempio, che serviva come arma di distrazione di massa, per la tua ragazza che invitativi a casa tua e che volevi impressionare.
Oppure la mitica cyclette, all’epoca molto primitiva, che si usava perché vivendo in città era difficile usare la biciletta classica. E poco altro.
In effetti i nostri muscoli non erano proprio eccezionali e la nostra postura non trasmetteva forza e neppure intimidiva.
In un racconto Guareschi, l’inventore di Don Camillo e Peppone, spiegava che un mazzo di carte si può dividere a metà in un solo colpo con la propria forza “bruta” oppure si può dividere a metà ciascuna carta.
Il risultato in fondo è lo stesso ma almeno – cosa non da poco – si è usato il cervello per trovare una soluzione a un problema semplice.

ROBERTO PARESCHI-REPORTER COOPERATOR CONTG.NEWS

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