Foto 📷 Giacomo Lodolo ( Apu Udine)
L’ex allenatore di Udine Carlo Finetti parla in esclusiva ai microfoni di Contg.News. Queste le sue parole su tanti temi interessanti.
Carlo Finetti è uno dei giovani tecnici emergenti della pallacanestro italiana. Ai nostri microfoni l’ex allenatore di Udine analizza tanti temi di attualità del mondo della palla a spicchi.
Ciao Carlo, grazie per aver accettato il nostro invito. Partiamo dal 30 dicembre 2022 quando prendi il posto di Matteo Boniciolli: che sensazioni hai provato in quel momento?
“Grande stupore, non me l’aspettavo. La società ha scelto di comunicarlo alle 8.30 del mattino in maniera inaspettata. Tutto mi sarei immaginato tranne questo, sapevo di essere stimato dal club ma non credevo di essere il nuovo head coach”.
Cosa ti ha lasciato questa seconda parte di stagione da capo allenatore?
“Mi ha lasciato tanti spunti su cui lavorare da un punto di vista personale e cestistico. Sono stati cinque mesi costruttivi e istruttivi dove ho messo tutto quello che avevo. Sono dispiaciuto per come è terminata la stagione, ma felice per l’esperienza vissuta”.
Da pochi giorni è ufficiale la chiusura del tuo rapporto con Udine, anche se non sono mancate controversie. Puoi raccontarci cos’è successo?
“Finita la stagione ho lasciato passare un po’ di tempo, come è normale che sia: le decisioni non vanno mai prese a caldo. La società mi aveva dato apertura per un colloquio dove potevo esporre le mie idee qualora avessero deciso di confermarmi, qualora non fossi stato scelto avevo dato la mia disponibilità a rimanere come primo assistente. Poi alcune cose sono cambiate, ma tengo a precisare che non è stata una mia decisione lasciare Udine. Coach Vertemati, con cui mi sono confrontato, ha deciso di puntare su uno staff nuovo e ho ricevuto la comunicazione da parte di Gracis, l’unico dirigente presente al momento. Per amore e rispetto del club ho accettato questa decisione: il nuovo head coach può avere esigenze diverse da quelle del recente passato.
Chi fa questo lavoro è consapevole che decisioni del genere fanno parte del mestiere, sono grato al presidente Pedone per l’opportunità che mi ha dato e per le parole che ha speso nei miei confronti, tutto è stato comunicato nel migliore dei modi e a loro va il mio grazie. Sono dispiaciuto che nella conferenza stampa di presentazione di Vertemati e Gracis sia emersa la notizia che fossi io a voler lasciare il club, questo è errato”.
Come è cambiato, se è cambiato, il tuo approccio con la squadra dopo la nomina a head coach?
“Ho cercato di sfruttare molto il rapporto che si era creato con i giocatori mentre ero assistente, avendo un dialogo molto aperto con tutti i componenti del roster per provare a risolvere i problemi che avevamo. Un po’ è cambiato, ma non più di tanto”.
Per te il basket è uno sport di famiglia (papà Luca è stato uno dei talent scout più importanti del basket senese, ndr). A che età hai avuto il primo approccio con la pallacanestro?
“Ho iniziato a giocare quando avevo cinque anni nel minibasket, il percorso da tecnico è partito a 15-16 anni quando ancora giocavo nella Virtus Siena e ho iniziato a dare una mano nelle categorie giovanili come assistente. È stato un passaggio naturale perché allenare mi ha sempre dato un grande senso di appagamento. Sono molto felice del mestiere che faccio”.
Siena, Trieste, Biella, Udine: il tuo percorso in panchina ha toccato piazze storiche della pallacanestro italiana.
“Mi ritengo molto fortunato perché ho lavorato in realtà storiche del nostro basket. Tutto è partito da casa mia a Siena, un punto di riferimento nel primo decennio degli anni Duemila, poi Trieste e Udine, che hanno fatto la storia di questo sport negli anni ’90. Biella è stata il perfetto anello di congiunzione, una piazza importante degli ultimi trent’anni di pallacanestro italiana”.
Rimanendo proprio sul tema rossoblù non posso non chiederti del crac di Pallacanestro Biella. Come hai percepito la fine del basket che conta a queste latitudini?
“L’ho vissuto da lontano, ma anche da molto vicino avendo creato rapporti umani importanti con persone che hanno fatto la storia di questo club. Ho percepito la sofferenza provata da tutte le persone che hanno gravitato in orbita rossoblù. Ho lavorato poco a Biella (nella stagione interrotta dall’inizio della pandemia, ndr), ma sono bastati sei mesi per entrare nella grande famiglia di Pallacanestro Biella e sentire sulla mia pelle la grande storia di questa società. Ho provato grande dispiacere nel vedere tanti amici privati della loro passione, di quella che è stata per molto tempo la loro prima preoccupazione del mattino appena alzati. Anche i fantastici tifosi biellesi si sono visti privati di un qualcosa che hanno vissuto e respirato quotidianamente per quasi trent’anni. Un grande peccato”.
Tante panchine importanti nella tua giovanissima carriera, ma anche il progetto Delivery Basket che continua a occupare le tue estati. Come procede?
“Molto bene. Questa è la quarta off season, sono molto contento che tanti giocatori continuino a usufruire di questo servizio e che altri si stiano avvicinando. Mi inorgoglisce e al tempo stesso comporta una grande responsabilità: ogni anno aggiungono giocatori e nuove esperienze formative. Delivery Basket è un percorso che mi dà soddisfazioni a 360 gradi”.
Una domanda per i tifosi di Biella: come hai ritrovato Gianmarco Bertetti?
“L’ho lasciato ragazzetto di grande talento e prospettiva in un posto che l’ha cresciuto e l’ho ritrovato uomo consapevole delle sue capacità. L’anno con coach Andrea Zanchi gli ha dato consapevolezza e fiducia nello stare in campo. Gianmarco ha sempre avuto una grande personalità, ma l’ultimo anno a Biella l’ha fatto esplodere definitivamente.
L’ho voluto fortemente a Udine perché sapevo che poteva essere un ragazzo capace di integrarsi al meglio nel gruppo dal punto di vista tecnico e soprattutto umano. Ci ha dato equilibrio nello spogliatoio, ero sicuro che poteva giocarsi le sue carte in una piazza che puntava a salire di categoria”.
Carlo, tu sei la dimostrazione vivente che nel basket italiano si comincia, finalmente, a dare fiducia ai giovani allenatori. Dove bisogna migliorare da questo punto di vista?
“Sono l’ultimo che può parlare di questo tema, ma da persona che ama questo sport posso dire che quando un club mette un allenatore al centro del progetto le cose vanno bene. Quando c’è fiducia a 360° i risultati arrivano attraverso un percorso che può avere alti e bassi, ma difendendo le proprie idee e i nuovi progetti si fa strada.
Se il movimento vuole crescere deve dare tempo agli allenatori, esempi dove questo non è successo ce ne sono tanti. Chi riesce a lavorare tanti anni nello stesso posto centra i risultati. Il modello San Antonio Spurs, con le dovute proporzioni, può essere portato in Italia. Non è facile riprodurlo, ma questa può essere una strada per migliorare l’intero movimento”.
Una chiacchierata interessante con un giovane tecnico che ha messo in mostra qualità importanti e che ora è pronto per una nuova sfida: il tempo è tutto dalla parte di Carlo Finetti che ringraziamo per la disponibilità.
Stefano Villa – reporter cooperator
