Se dovessi citare una frase che più di ogni altra ha caratterizzato la mia esperienza studentesca trai banchi del liceo non avrei dubbi. La frase che ho sentito e anche subito di più è questa : “ Dobbiamo fare una assemblea”.
L’assemblea scolastica era negli anni 70 una sorta di rito laico a cui ci accostavamo in modo quasi religioso. Intanto con il necessario “ outfit”. Eschimo, il “ Capitale di Marx” appena visibile nelle tasche, scarponi e possibilmente capelli lunghi e scomposti. Nessuno di noi osava mettere in dubbio la sacralità di un evento che tutti consideravano come una espressione irrinunciabile della democrazia studentesca ( anche se poi alla fine erano difficilmente ammessi pareri contrari).
In realtà l’assemblea studentesca era la perfetta rappresentazione dei giovani della mia epoca. Sognatori, faciloni, falsi impegnati ma sinceri fino alla stupidità. Mai volgari ma qualche volta violenti perché stupidamente ritenevamo la violenza un mezzo per raggiungere più giustizia.
Basterebbe riavvolgere il nastro ed ascoltare i discorsi più gettonati di quelle assemblee così intense di emozioni e di confusione per capire quello che sto dicendo. Ma basterebbe soprattutto ricordare le “icone” studentesche che quelle assemblee popolavano ( o sarebbe meglio dire possedevano).
C’era il professionista a tempo pieno delle assemblee. Quello che non se ne perdeva una. Quello che iniziava sempre con l’enfasi delle grandi occasioni “ compagni, amici, siamo qui riuniti per una grave provocazione “. Poco importava se poi il problema era quello di prevedere in una settimana di lezioni due ore in più di latino.
Poi c’era il rivoluzionario per gioco che appena a casa dismetteva immediatamente l’eschimo, si immergeva in una “ jacuzzi” e si vestiva già allora con abiti firmati per trasportare sull’auto di lusso di papà le proprie conquiste.
E c’era anche il rivoluzionario convinto, primo barlume della immane tragedia che sarebbe seguita dopo pochi anni, che riteneva la scuola una espressione distorta della lotta di classe e la ribellione a qualsiasi costo e per qualsiasi motivo uno strumento capace di giustificare ogni assenza, ogni brutto voto, ogni rifiuto delle regole.
Che dire poi di quello che voleva sempre occupare per qualsiasi motivo e a qualunque costo la scuola che frequentava? Era, come dire, un personaggio immancabile.
Poi c’eravamo noi.
Quelli che alle assemblee non parlavano mai ma che non avrebbero mai osato non essere presenti.
Noi , la massa che alle assemblee non faceva altro che ascoltare.
Noi ingenui sognatori di un mondo migliore che attendevamo la rivoluzione come si attendeva la domenica. Per rompere la monotonia e svagarci un poco .
Noi che oggi continuiamo a sognare ma che siamo ormai diventati vecchi, confusi e cinici.
Roberto Pareschi-reporter cooperator contg.news
