Paolo Zazzaroni, poeta seicentesco raccontato in #testimoninelmondo# da Michel Camillo

Paolo Zazzaroni nacque a Verona il 1 maggio 1609 da una famiglia numerosa (aveva un fratello e ben cinque sorelle) e agiata (un documento ci testimonia la presenza di tre serve in quella casa). Zazzaroni compì studi giuridici, prima a Padova, poi a Parma (dove conobbe Claudio Achillini). Fu socio di due accademie: l’Accademia degli Incogniti di Venezia e l’Accademia dei Filarmonici di Verona. Ma i suoi legami con gli ambienti intellettuali non finiscono qui, perché Zazzaroni ebbe corrispondenze epistolari con il poeta Pietro Michiele e con l’erudito agostiniano Padre Angelico Aprosio. Paolo Zazzaroni fu dapprima sottosegretario del Maggiore e Minore Consiglio di Verona, poi cancelliere del comune di Verona; detenne per molti anni la seconda di queste cariche, essendo riuscito a ottenere più volte la rielezione. Paolo si sposò ed ebbe un figlio, che chiamò Antonio; da una lettera inviata a Padre Aprosio sappiamo che un cognato di Paolo fu ferito in un duello (i duelli erano purtroppo all’ordine del giorno a quei tempi). Tuttavia il cognato riuscì a guarire. Anche una volta sposatosi, Zazzaroni continuò a essere benestante: era infatti proprietario della casa dove viveva, di un’altra casa, di un torchio da olio, di pecore e di terreni. Paolo Zazzaroni morì a Verona il 22 gennaio 1691.

Dopo aver dato uno sguardo alla sua biografia, passiamo alle opere di Paolo Zazzaroni. Nel 1641 presso l’editore Bartolomeo Merlo egli pubblicò la sua raccolta di liriche, intitolata Giardino poetico (o Giardino di poesie). L’opera è suddivisa in sei sezioni, ognuna delle quali ha il nome di un vegetale e riunisce poesie su un determinato argomento. La prima sezione si intitola Mirti e presenta liriche d’amore; la seconda ha per titolo Viole e raccoglie componimenti su tematiche varie; la terza è intitolata Rose e riunisce poesie bucoliche (“boscherecce” era il termine usato dal nostro poeta); la quarta sezione reca il titolo di Allori e presenta poesie eroiche; la quinta, dal titolo Cipressi, riunisce liriche funebri; la sesta e ultima sezione ha per titolo Spine e contiene versi sacri e morali. Ciascuna sezione è dedicata a un personaggio celebre e ha una numerazione di pagine autonoma; in tutte le sezioni la prima poesia è un sonetto rivolto al dedicatario e la seconda è un sonetto che ha funzione di proemio. Prima dei Mirti troviamo un sonetto che funge da introduzione all’intero canzoniere; alla fine del libro ci sono la dichiarazione che certe parole (come “fato”, “destino”, “sorte”, “fortuna”) vengono usate per scopi letterari e non per offendere la religione cristiana, il nulla osta alla stampa da parte del potere politico e di quello religioso e l’errata corrige. La poesia più famosa del Giardino è probabilmente La tomba di Taide, appartenente alla sezione Cipressi. Zazzaroni avrebbe voluto ampliare la sua raccolta, aggiungendo due nuove sezioni, ma dovette accontentarsi di scrivere singole liriche non incluse nel Giardino. Paolo Zazzaroni scrisse anche una novella all’interno delle Cento novelle amorose dei signori accademici Incogniti; l’edizione definitiva è del 1651, ma la novella di Zazzaroni era già presente nell’edizione del 1643.

Per dirla in termini poco accademici ma molto efficaci, dopo la sua morte le opere di Zazzaroni caddero nel dimenticatoio. Ciò può essere in parte spiegato col disprezzo per la poesia barocca nutrito dagli intellettuali del XVIII secolo e da quelli di quasi tutto il XIX. Benedetto Croce fu uno dei primi intellettuali (anche se non il primo in assoluto) a riscoprire Paolo Zazzaroni: Croce infatti menzionò il poeta veronese in alcuni saggi e inserì alcune sue liriche nell’antologia Lirici Marinisti da lui curata e uscita nel 1910. Nei decenni successivi uscirono altre tre antologie contenenti liriche di Zazzaroni: La letteratura italiana. Storia e testi, a cura di Giuseppe Guido Ferrero, volume Marino e i Marinisti; Parnaso Italiano. Crestomazia della poesia italiana dalle origini al novecento, a cura di Muscetta e Ferrante, volume Poesia del seicento; Opere scelte di Giovan Battista Marino e dei Marinisti, a cura di Giovanni Getto, volume II I Marinisti. Ma fra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo uscirono addirittura due saggi su Zazzaroni: nel 1996 sulla rivista Italica comparve lo studio di Gian Piero Maragoni Tra verzieri ed erbari. Nota sulle rime boscherecce di Paolo Zazzaroni, saggio che non riguarda la sezione Rose in generale (come il sottotitolo farebbe pensare), ma piuttosto un sonetto di essa (Per fiori donatigli dalla sua ninfa); nel 2007 all’interno di Studi in onore di Pier Vincenzo Mengaldo per i suoi settant’anni, a cura degli allievi padovani, apparve il saggio di Luca Serianni (morto, come è noto, nel 2022) dal titolo Intorno a Paolo Zazzaroni, poeta barocco. A questo punto, l’unica cosa che manca è una nuova edizione del Giardino poetico!

Michel Camillo  -reporter cooperator





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