Ho vissuto la mia infanzia in una grande città. Circondato da case popolari, fabbriche, ciminiere e smog. Il picnic della domenica era dunque per me sinonimo di libertà.
Ma si fa in fretta a dire “ picnic della domenica”.
Stiamo parlando di un vero e proprio rituale di cui si iniziava a parlare già il lunedì precedente, la cui programmazione proseguiva
per tutta la settimana dopo che il papà aveva annunciato con aria festante “ domenica andiamo nei prati !”.
C’erano varie fasi preliminari.
Intanto gli acquisti culinari, una non semplice inchiesta sui gusti dei
partecipanti ( di solito due o tre famiglie, preferibilmente vicine di casa) con annessa analisi delle intolleranze alimentari.
Poi il grande scoglio dell’identificazione del luogo. Questa incombenza non era mai troppo semplice. Occorreva trovare un luogo non troppo lontano ( per non consumare benzina), dotato di
grandi prati possibilmente liberi da recinzioni ( ma del caso si
poteva scavalcare). Prati sufficientemente ampi per poter
permettere a noi ragazzi di giocare a calcio e preferibilmente vicini
a strutture con annessi campi da bocce per i nostri padri.
Domenica mattina, verso le sei, dopo aver verificato acqua e olio e carburante le madri provvedevano a caricare sull’auto grandi cestini contenenti ogni possibile vettovaglia. Si decideva chi avrebbe guidato la fila delle auto ( di solito la famiglia con l’auto più lenta per evitare di perdere contatto) e infine, finalmente, si partiva verso l’agognata meta.
Nell’auto si diffondeva un piacevolissimo odore di cotolette alla milanese e di melanzane alla parmigiana, solo appena rovinato dal sentore di fumo che il motore liberava.
Noi ragazzi, stipati sul sedile posteriore, avevamo il compito di
osservare e riferire su eventuali postazioni libere e adatte allo
scopo.
Una volta identificato un luogo, mentre le auto si fermavano per poter discutere se il luogo era rispondente alle nostre aspettative e dove posizionare tavolini e cesti, noi ragazzi approfittavamo del
momento di concitazione per una prima veloce partita di calcio.
Poco dopo le immancabili urla delle madri ci riportavamo però alle
rispettive auto.
Giunti nel luogo dei nostri desideri si poteva finalmente dare inizio
alle rispettive occupazioni.
Le mamme con le mamme a sistemare cestini e a perdersi in discorsi sui figli, i ragazzi a correre nei campi, i padri in
esplorazione verso il vicino paese.
Incredibilmente quel tempo scorreva veloce e felice. Ci divertivamo.
Anzi non mi sono mai più divertito tanto come in quelle occasioni. Il cibo era il migliore del mondo e le nostre partite avevano la stessa importanza di una finale dei campionati del mondo.
Purtroppo il tempo dei pic-nic è ormai trascorso. Ora è tempo di abbuffate in locali di lusso o in pizzerie tutte uguali.
E’ rimasto dentro me solamente un piacevole ricordo di erba, di bosco e di campagna.
