Il fascino di quell’avvenimento era ben presente già il lunedì e si protraeva con alterne fortune per tutta la settimana.
Era insieme un arma di ricatto e un premio che i genitori utilizzavano.
“ Se ti comporti bene vai alla parta con papà “ oppure “ non ti meriti di andare alla partita con papà “.
Si viveva allora di queste piccole cose. Andare la domenica alla partita a vedere la squadra del cuore era un vero e proprio avvenimento. Una cosa importante, non comune. Da vivere con ansia e quasi con orgoglio.
Perché non esisteva l’inflazione attuale di calcio in televisione. Anzi esisteva appena la televisione e la radio non riusciva a trasmettere le emozioni di sentirsi parte del gruppone dei tifosi.
Poi veniva la domenica. Si partiva verso la stadio insieme a papà, stipato sul tram. Erano mezzi pubblici pressochè dedicati ai tifosi sui quali già due ore prima del fischio di inizio si intrecciavano commenti e giudizi su questo o quel giocatore.
Poi dal finestrino compariva la struttura massiccia dello stadio.
Una sorta di miraggio. Già in lontananza si potevano ascoltare i cori urlati dai tifosi già presenti e un vero e proprio fremito ti assaliva.
Stava per iniziare la battaglia !
Gli stadi di allora erano molto più spartani degli attuali. Non esistevano coperture e dunque in caso di pioggia ci si bagnava completamente. Non c’erano grandi misure di sicurezza e pertanto si cercava di non finire all’interno di qualche mischia tra tifosi avversari. Però in realtà quasi sempre si poteva assistere alla partita gomito a gomito con il tifoso della squadra avversaria. E non volavano insulti o ancora meno ci si malmenava. Al più qualche sfottò divertente che veniva incassato e restituito.
Il papà intanto fumava in attesa del fischio di inizio.
La curva cantava e l’ingresso della polizia a bordo campo veniva accolto con i soliti fischi.
Infine le squadre. I miei eroi.
Non so ancora dire oggi se la bellezza di quell’avvenimento fosse legata al piacere di assistere ad una partita di calcio oppure di condividere con mio padre quei momenti. In fondo mi rassicurava sapere che c’era e che anche lui era dalla mia parte. Mi faceva sentire bene.
Oggi che non c’è più mio padre ma che ancora esiste il calcio, un calcio avvelenato dai soldi, inflazionato dalle televisioni e sporcato dalla violenza non riesco a non pensare che forse la poesia esiste e si può anche nascondere in un qualsiasi campo di calcio.
Roberto Pareschi-reporter cooperator contg.news
#boomerlife#I BOOMER RICORDANO … LA PARTITA DELLA DOMENICA
