Riceviamo e Pubblichiamo il Saluto di monsignor Cesare Nosiglia al XII congresso Cisl

<<Vorrei partire, per questo mio breve saluto, da una realtà che è sotto gli occhi di tutti, facilmente rintracciabile nelle statistiche. La realtà della disoccupazione giovanile. In questi ultimi anni abbiamo imparato a conoscere nomi nuovi: i neets, i bamboccioni, gli adolescenti prolungati… Tanti nomi per dire la stessa cosa: i giovani, nel nostro Paese più che nel resto dell’Unione e in Occidente, faticano moltissimo a trovare un lavoro.
Quanto volte abbiamo dibattuto, come Chiesa, come sindacato, come università, come governo i vari aspetti di questa realtà? Da qualunque parti si guardi al problema ci si scontra con complessità e difficoltà che insabbiano i progetti e le iniziative. Il fatto è che questo è il centro di ogni altra nostra crisi: senza lavoro per i giovani non c’è futuro, c’è una società precaria in cui diventa sempre più difficile pensare a costruire una famiglia, abitare in una casa, mettere al mondo dei figli. Senza lavoro per i giovani si interrompe quella «catena di generazioni» che è il nastro stesso della storia e della società.
In uno studio confortato dalla consueta autorevole documentazione il prof. Mauro Zangola, che conosciamo tutti e di cui apprezziamo lo studio e le opere, ha affermato che l’Italia non è più una repubblica fondata sul lavoro… Io stesso avevo esplicitamente sottolineato una simile conclusione, a partire dalla vicenda dell’ex Embraco che voi tutti conoscete molto bene. Avevo detto che si sarebbe dovuto cancellare il primo articolo della nostra Costituzione perché nei fatti non era messo in pratica. Sulla vicenda ex Embraco credo che anche il sindacato dovrebbe tornare, sia in termini di eventuali possibili soluzioni sia come tema di riflessione sulle condizioni in cui si opera oggi nel mercato del lavoro. La mia esperienza infatti, è stata molto interessante: ho indirizzato in diverse occasioni appelli per i lavoratori ex Embraco a istituzioni, imprese, agenzie educative… Ho ricevuto risposte molto significative, sia in termini di impegno concreto ad assumere qualcuno dei lavoratori sia nel prendere carico, in generale, del problema di queste categorie particolari di espulsi dal sistema produttivo.
Io immagino il vostro lavoro di sindacalisti, ma anche la vostra preoccupazione consapevole di padri e madri, di insegnanti e di lavoratori, di fronte a tale prospettiva. È la stessa preoccupazione mia come pastore; è la stessa preoccupazione della Chiesa, ad ogni livello.
So bene che si sta lavorando, anche con fatica, intorno a questi temi. Propongo una sola osservazione: mi sembra che i grandi cambiamenti del mondo del lavoro vadano sempre più nella direzione di una, vorrei dire, «privatizzazione» del sistema. Da una parte vediamo incoraggiata, anche con molto clamore, l’imprenditorialità diffusa, i giovani che si inventano il proprio futuro, le «start up». Dall’altra non si può non notare come i servizi essenziali dello Stato – dalla scuola alle carceri, dai trasporti alla sanità – vadano migrando verso forme privatistiche in cui il pur legittimo profitto d’impresa rischia di prevalere sul «bene comune» che è la ragione stessa dei servizi pubblici. Mi si dirà: è così ormai da molti anni, e forse è vero. Ma è anche vero che l’emergenza del Covid ci ha costretti tutti a rivedere le priorità del nostro agire e il quadro delle nostre convinzioni. E dunque una riflessione sul presente e sul futuro anche qui sarebbe importante.
C’è infatti una dimensione che caratterizza la nostra presenza, e che non si può cancellare né scambiare: la dimensione del territorio. Se è vero che si sono affermate nuove grandi realtà globali, a cominciare dal mondo virtuale di Internet, è ancor più vero che le persone continuano a vivere in precisi ambiti territoriali, vorrei dire: a vivere con i piedi per terra. E non sempre le realtà del territorio, i problemi delle persone, trovano delle risposte su Internet! C’è una concretezza della vita che è il terreno proprio del nostro impegno. Una concretezza che comprende anche la capacità di non cedere alle facili retoriche della modernità, e di continuare a vedere, prima di tutto, le persone.
Il primato della persona è il tema, la principale chiave di lettura per interpretare il mondo del lavoro. Prima delle condizioni economiche, prima dei mercati c’è una questione di dignità di ogni cittadino di questo Paese. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel discorso di insediamento per il suo secondo mandato ha usato per 18 volte la parola dignità: come a dire che il rispetto profondo della persona è anche il primo passo indispensabile per riconoscere ad ognuno l’identità e la condizione di cittadino.
E questo è anche, mi pare, il motivo del nostro impegno e del nostro servizio.
Cesare Nosiglia>>
