Il commercialista. Chi è e cosa fa? Intervista al dottor Amedeo Paraggio.

a cura della Rubrica Mestierando

Gentili amici bentornati con la Rubrica Mestierando. Oggi ci troviamo a Biella in Via Pietro Micca 8 presso lo Studio del Commercialista  dottor Amedeo Paraggio che , ai nostri microfoni, si  racconterà illustrandoci questa  bella professione.

Dottor Paraggio,innanzitutto il nostro grazie per aver accettato il nostro invito, ci può raccontare cosa la ha portata a divenire commercialista e quale è stato il suo percorso?      

Mi chiamo Amedeo Paraggio, sono nato a Eboli (SA), poi per lavoro mi sono trasferito a Biella dove risiedo ormai da 27  anni. Ho studiato all’Università di Salerno .  Faccio il commercialista da quasi 30 anni. Durante il mio percorso di studi universitari non avevo intenzione di diventare un commercialista perché ero orientato verso una carriera aziendale. In seguito gli eventi mi hanno portato a intraprendere questo percorso: durante gli anni universitari un mio amico, poi diventato mio socio, mi propose, al termine degli studi,  di avviare un percorso con lui. Così ho accettato. Dopo aver concluso il percorso universitario, quindi, ho iniziato quasi immediatamente il mio percorso di praticantato e poi di socio. Successivamente mi sono trasferito qui a Biella dove, come dicevo prima, esercito la professione di dottore commercialista e revisore dei conti da circa 30 anni.

In una società dove spesso la burocrazia ne è regina il commercialista diventa come consulente il miglior amico. Quali sono i compiti che lei svolge e quali quelle del Suo Studio?   

Quella del dottore commercialista è un professionista che fornisce consulenza ai propri clienti nei rapporti con le imprese private o anche Enti o Pubbliche Amministrazioni, sia nell’ambito del diritto societario e tributario di impresa fornendo quindi assistenza fiscale e consulenza aziendale o anche assistendo imprenditori e professionisti nella loro attività gestionale.

Molte sono quindi le attività: dalla tenuta della contabilità alla predisposizione del bilancio di esercizio fino ad arrivare alla redazione delle dichiarazioni  dei redditi e alla loro trasmissione telematica agli enti interessati, nonché tutti gli altri adempimento quali ad esempio invio telematico delle deleghe F24, deposito bilanci compilazione e trasmissione modelli Intra, LIPE ecc..

Alla luce della sua professione cosa ne pensa di tutta questa burocrazia? Come cittadini dobbiamo preoccuparci?

ll peso della burocrazia in Italia è un problema maledettamente serio. Eppure la “burocrazia” nasce per tutelare i cittadini. Secondo alcuni dati la complessità delle procedure amministrative è ritenuto un problema dall’84% degli imprenditori italiani. Per quanto riguarda il peso della pubblica amministrazione, su 28 Paesi monitorati, l’Italia è al 23esimo posto.

 Uno studio della CGIA di Mestre segnala che, tra Inps, Inail, Ispettorato Nazionale del Lavoro, Agenzia delle Entrate e via di seguito, le piccole e medie imprese italiane possono subire visite e accertamenti ogni tre giorni, festivi e domeniche incluse, con 122 controlli l’anno da parte di 19 soggetti pubblici differenti. Sempre secondo gli artigiani di Mestre, l’incidenza delle “scartoffie” è pari al 4% del fatturato di una piccola impresa.

Questo mastodontico apparato, che imbriglia le imprese e scoraggia gli investitori, già in tempi normali è una zavorra insostenibile che comprime la crescita dell’Italia, ma nella fase drammatica che stiamo vivendo rischia di trascinare a fondo il Paese. Le mi chiede se i cittadini devono preoccuparsi? Se molto è stato fatto sul fronte sanitario, su quello dell’emergenza economica non c’è stato nulla di equivalente. Le stesse misure messe in campo dal Governo rischiano di rimanere imbrigliate nelle procedure, con le imprese e i lavoratori abbandonati tra l’incudine della burocrazia e il martello della crisi economica. Alcune scadenze sono state prorogate ma, nel complesso, è veramente poca roba. Sicuramente è molto meno di quello di cui avrebbe bisogno il Paese per riprendersi velocemente una volta finita l’emergenza sanitaria.

Ci può raccontare quali sono i casi che l’hanno colpita di più nella sua professione?

Come qualsiasi lavoro, anche quello del commercialista alterna momenti ad altri meno belli.

L’aspetto del lavoro più interessante sono le relazioni con i clienti: preferisco concentrarmi sulla parte di consulenza nei confronti dell’azienda e del cliente. Quello che meno apprezzo del mio lavoro è sicuramente la contabilità in senso stretto.     

Il mio lavoro si basa sull’essere costantemente a contatto con i clienti e questi ultimi sono le variabili principali del mio lavoro perché sono tutti diversi. Per questo motivo tutti i momenti belli o brutti che ho vissuto nella mia carriera di commercialista sono legati alle relazioni con i clienti.

In questo periodo storico ci sono molte giovani leve che hanno fatto strada nel campo dell’economia e dell’impresa che però fanno fatica a riconoscere i meriti all’attività del commercialista – che col passare del tempo è diventata sempre più complicata.

I momenti meno piacevoli quindi direi che sono questi, quando mi ritrovo a relazionarmi con dei clienti giovani, poco navigati, esigenti e che danno un po’ tutto per scontato e quindi non sanno che tipo di lavoro, di ricerca, di studio c’è dietro all’attività del commercialista.

Diversi giovani sono affascinati da questo mestiere. Quali consigli le darebbe?

Avere tanta pazienza ed essere disponibili ad ascoltare e a lasciar parlare il cliente.

Avere una costante propensione ad essere in una fase di formazione continua. Ormai viviamo in un mondo in cui quello di cui si parla oggi l’indomani è stravolto, è superato, va aggiornato.

Avere ottime capacità di organizzazione, sia in termini di lavoro che di giornata lavorativa.

Quindi  i consigli che mi sento di dare sono:

1) Specializzarsi già all’università: un primo consiglio è quello di improntare fin da subito il proprio percorso universitario alla specializzazione che si desidera

2) Mantenere una mente aperta. E’ necessario rendersi conto che c’è da continuare un percorso di studio anche dopo che la laurea è presa

3) Scegliere bene lo studio dove avviare il proprio percorso. E’ importante svolgere il proprio praticantato in una realtà dove non si venga considerati solo dei tirocinanti.

                                            

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